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L’autunno
portava con sé pioggia, nebbia e vento; lassù, ai piedi della grande
quercia, in attesa di sentire qualcuno di loro, ascoltavo l’aria che
levita le foglie,- anche le punte degli alberi hanno da dire
qualcosa,-mentre un vento impetuoso spezzava i rami e gelava l’alito.
Senza alcuna spiegazione,il giorno avanti, mentre ero al rifugio, avevo
avvertivo che sarebbe successo qualcosa. Vedevo, infatti, i cani nei box
del padiglione di Renata, detto così proprio perché se ne occupava lei,
silenziosi fissare la cuccia di Saggio.
Sentivo le cagne che raccomandavano i piccoli a non fare chiasso e i
maschi dai vari punti della struttura ululare come se avessero voluto
comunicare a distanza.
Insomma nell’aria c’era un non so che non andava. Erano circa le ore
diciannove quando un silenzio calò lentamente e, a fatica, vidi uscire
Saggio dal suo riparo.
Tutti con gran rispetto abbassarono il capo e aprirono un varco.
Il bassottino si stese sotto il grande sasso a mo’ di sgabello, dove
Saggio vi salì per accucciarsi sul podio. Tutti gli altri si
accovacciarono intorno, mentre dai piani superiori si spegnevano gli
ultimi guaiti.
Con tono pacato e voce rauca, inizia a parlare .
“ La neve ha fatto la sua comparsa sui monti e tra non molto cadrà a
fiocchi e il freddo gelido piano piano divorerà e trapasserà i nostri
ripari di cartone. Sarà una novità per i piccoli che la rincorreranno per
giocarci,e un male per noi anziani perché sveglierà dolori trafittivi e
indescrivibili per le ossa.
Sono stato uno dei primi ad arrivare qui. Avevo due anni ed ora ne ho
quasi tredici. Adolescenza, gioventù, maturità e vecchiaia si sono
consumati in questo box, sempre sotto lo stesso cielo.
I miei occhi hanno visto tanto e molte storie hanno udito le mie orecchie.
Vi conosco tutti e di tutti so tutto.
Al chiarore della luna, ho sentito le vostre storie, apparentemente
differenti,ma sempre uguali. Ogni qual volta qualcuno di voi giungeva
qui,cercavo di carpire dal suo sguardo se qualcosa fosse cambiato negli
uomini verso noi. Quasi quindici anni sono trascorsi,ma tutto è come
sempre. Guardando i cuccioli sapeste quanto ho pregato per non vederli
crescere qui,e, invece, anche loro, come me, avanzano negli anni, chiusi
nei box.
Quante volte i vostri gemiti mi hanno penetrato il cervello, al punto da
rimbambirmi; quanti di voi ho visto scodinzolare alla presenza di un uomo
che cercava un cane e nessuno gli andava bene, perché o eravamo troppo
grossi o troppo piccoli , o bianchi anziché neri, o timorosi o troppo
irruenti, o semplicemente perché bastardi; quante volte ho letto nei
vostri occhi la delusione del rifiuto.
Amici troppe amarezze ha sopportato il mio cuore. Senza mai farmi capire,
ho cercato di darvi coraggio e ho sempre cercato di vedere nella mano
dell’uomo un gesto di bontà.
Cosa possiamo fare?
Continuate ad insegnare la fedeltà ai vostri piccoli e la gratitudine per
un pezzo di pane che vi daranno; un giorno forse, per quelli che verranno
dopo, chissà, ci saranno uomini migliori che apprenderanno da noi il vero
significato di fedeltà,’ umiltà, gratitudine, tre qualità che non dobbiamo
mai soffocare, mai dimenticare.!
Ognuno nel creato ha un suo spazio, un suo scopo. Anche noi, ma l’uomo ciò
ancora non lo ha capito; nel tempo, forse, capirà.”
Percepivo le parole di Saggio a fatica, quel vocione possente che si
riconosceva nei giorni passati, si stava affievolendo; parlava a stento,
mentre fissava il vuoto.
A un tratto le foglie non bisbigliarono più, il vento si era quietato, dal
cielo, danzando, scendevano giù lentamente fiocchi di neve,nell’aria
ovattata risentii la voce di Saggio che nel congedarsi dal gruppo, diceva:
“ Amici,vi ringrazio per il rispetto che mi avete portato,vi ho tutti nel
cuore. Per voi che siete qui riuniti, per gli altri che errano e
vagabondano per boschi e paesi ,dico per voi e per loro, per l’ultima
volta, la mia preghiera. A voi
lascio la mia fedeltà e rimetto la mia anima con umiltà nelle mani di Dio.
PREGHIERA DEL CANE RANDAGIO
Con passo
vacillante
e con il corpo stremato
giungo alla fine dei miei giorni.
Forse stasera morirò
e da sotto questa quercia
con l’ultimo respiro, che mi resta in gola,
vorrei ringraziare il Signore
per il pane che mi ha fatto trovare
nella spazzatura,
per l’acqua che ha fatto scendere dal cielo per
dissetarmi,
per i sacrati delle chiese
dove ho potuto ripararmi.
Si, Signore,
io sono uno di quelli
uno fra i tanti che non sa
cos’è il calore di una cuccia,
il sapore di un osso,
la carezza di un padrone.
Conosco solo
il dolore dei calci sul dorso,
le sassate sulla fronte,
le gomme di quella macchina
che mi hanno spinto nel burrone.
Ricordo, poi
quella mano,grande, pesante,
che ancora cucciolo mi ha
abbandonato nella strada,
dove vissi tutto il mio calvario.
Ho attraversato monti,boschi e paesi
nessuno mai,mi ha tenuto con sé,
nessuno,mai,mi ha dato un nome.
Dalla nascita ho sempre portato il tuo
“ Cane.”
Signore,
tante sono le cose che vorrei dirti;
ma…..
il cuore ha rallentato il battito
e il respiro si affievola sempre più.
Perdonami! E ti supplico:
fà che la mano dell’uomo
non abbandoni più
un cucciolo nella strada.
E’ triste vivere da vagabondi,
è penoso essere soli,
ed essere soprattutto semplicemente
solo un cane.
Abbracciami almeno tu
in quest ‘attimo.
Perché?
Perché anch’io ti appartengo!
Chinò il
capo e lentamente scivolò dal podio.
In quell’istante, un assolo di ululati da fare accapponare la pelle
rimbombò nell’aria indi, silenziosi e in fila, ognuno di loro passò
davanti a Saggio, leccandolo o toccandolo con il muso, per poi girare
intorno al Grande Sasso e lentamente rientrare nei propri box.
Mentre la neve cadeva, vedevo il corteo rendere l’ultimo omaggio a colui
che sperava in un mondo migliore per i suo simili.
I cani chiusi nel piano superiore abbaiavano – Grazie Saggio per la
speranza che ci lasci , non ti scorderemo, vecchio brontolone. Belle le
tue ultime parole. E’ penoso essere soli ed essere soprattutto
semplicemente solo un cane; addio vecchio Saggio,nessuno di noi ti
dimenticherà mai!
La neve stava ricoprendo il corpo di Saggio. Volevo scendere per
abbracciarlo,però mi trattenni dal farlo, non per paura, ma per rispetto
perché fino al mattino, dandosi il cambio, vegliarono il suo corpo.
Di fronte a tutto ciò ero allibita. Il freddo non era così gelido e
pungente come la preghiera del cane che solo ripensarla mi trafigge
l’animo e il cervello.
Nevicava, come nevicava! Loro, silenziosi, con le orecchie tese erano lì,
forse pregavano, forse cercavano di fissare le parole di Saggio nella
loro mente.
Rimasi lassù fino all’arrivo dei volontari, con i quali seppellimmo
Saggio, sotto la grande quercia di fronte al rifugio.
Quel mattino i cani non abbaiarono, cosa che solitamente si verifica
quando arriva qualcuno Chiusi nel loro dolore, rifiutarono il brodo e
nessuno si mosse dalla propria cuccia , neanche quando arrivò lei “
l’angelo dei cani” .
tratto dal
libro "Voci di canili"
Autrice:
D.ssa Anna Mazziotti
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