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LIBERO
30 AGOSTO 2009
Rapiti per
combattere
Albina Perri
Gianni era un incrocio fra uno
yorkshire e qualcos’altro di altrettanto piccolo e strapazzato.
Non viveva bene, nel canile di Reggio Calabria. Ma almeno
viveva. Una notte lo hanno preso e lo hanno fatto diventare uno
“sparring partner”, come quei poveretti che vengono riempiti di
sganassoni dai boxeur in allenamento. Gianni è durato poco: è
morto in Bosnia, tra i denti di un pitt bull che si doveva
esercitare per il Montana show, combattimento illegale tra cani
della ex Jugoslavia. Fatto a polpette. I nostri bastardini
rapiti finiscono pure così: nelle arene italiane e straniere a
vedersela con altri animali più grandi e grossi di loro. Per la
gioia e per le scommesse clandestine degli umani. Puntate che
partono da un minimo di 250 euro per arrivare fino a decine di
migliaia di euro. A organizzare i combattimenti sono veri e
propri gruppi criminali che gestiscono il traffico dei cani
dall’estero e la loro diffusione in Italia.
A lezione di crudeltà
La preparazione al combattimento
prevede per gli animali un addestramento violento e torture
inflitte già da cuccioli. «A causa di questi maltrattamenti che
ne condizionano il comportamento- denuncia la Lav-, questi
animali sono considerati veri e propri mostri, possenti e
crudeli creature pronte a uccidere e aggredire». Dall’ultimo
rapporto zoomafia emerge che restano zone privilegiate per
l’addestramento e il combattimento tra cani alcune province
d’Italia come Napoli, Palermo, Caserta, Bari, Foggia, Ragusa. In
undici anni, dal 1998 al 2008, sono state denunciate 431 persone
e sequestrati 1041 cani. La punta dell’iceberg.
Gruppi di nomadi, pregiudicati e
criminalità organizzata gestiscono un business che frutta
trecento milioni di euro l’anno solo in Italia e che coinvolge
15mila cani. In Puglia, per rendere le lotte più “divertenti”,
hanno perfino creato una razza ad hoc, il “lottatore brindisino”.
Ma è il traffico verso i Paesi dell’Est quello che preoccupa di
più: in Croazia e Slovenia la tradizione dei combattimenti tra
cani affonda nel passato. La tratta è nascosta e se ne trovano
poche tracce. Ne sono bene informati gli animalisti che vivono
sul confine, e a Trieste. Qui esiste una vera e propria lista
nera di persone a cui canili e associazioni non devono per nulla
al mondo cedere animali. Si sa, infatti, che i cani di taglia
grossa vengono portati in Slovenia e in Croazia per combattere,
mentre i piccoli vengono usati per gli allenamenti. I migliori
valgono migliaia di euro. Gli altri, qualche centinaio. I
compratori slavi aggirano l’ostacolo delle black list
rivolgendosi direttamente ai canili e agli animalisti del Sud
Italia: chiedono di poter adottare gli animali, se li vanno a
prendere e li portano al macello. Per questo ora gira di mail in
mail un appello disperato: «Assolutamente non date pitt bull,
molossoidi, caucasi e similari sia cuccioli che adulti nella
zona di Trieste e nella fascia del Friuli Venezia Giulia che
confina con la Slovenia», scrive Lidia Ferrari. «Noi a Trieste
abbiamo ricevuto un’infinità di richieste per cani di questo
tipo da personaggi veramente poco raccomandabili. Vi ricordo che
sia qui nel nostro Carso Triestino, sia in quello Sloveno ma
ancor più liberamente in Croazia, i combattimenti tra cani sono
all’ordine del giorno».Gli animalisti triestini vedono spesso
padroni cedere i propri cuccioli perché «ghe voio tanto ben ma
el xe cressudo tropo». Più spesso però i cani vengono rapiti,
dai canili o dai parchi pubblici. Si parla di 26mila cani
spariti ogni anno, in Italia. Oltre ai combattimenti, gli
animali sottratti servono per l’accattonaggio.
Caccia grossa
Pointer, kurzaar, bracco ungherese
e alcune razze da cerca e riporto come lo springer spaniel e il
cocker spaniel inglese, il segugio maremmano e tutti i cani
delle razze setter e bracco sono invece rubati per i cacciatori.
Era l’ottobre del 2007 quando la polizia fermò all’aeroporto di
Rimini un carico di cani rubati a Napoli e pronti a partire
verso l’Ucraina con un volo dedicato ai cacciatori. Gli animali
erano accompagnati da un pregiudicato, indosso al quale fu
trovato anche un kit per falsificare i passaporti. La polizia
accertò che i cani, setter rubati, erano stati venduti a seimila
euro l’uno.«Le quotazioni di questi esemplari arrivano a cifre
da capogiro, dato che si include il costo dell’addestramento cui
sono stati sottoposti e delle capacità dimostrate nelle
specifiche attività venatorie. Per i cacciatori risulta più
facile acquistare un animale adulto e già addestrato che
crescerne uno e seguirlo passo dopo passo nell’apprendimento dei
segreti e dei meccanismi dell’attività venatoria», dice Lorenzo
Croce dell’Aidaa. Rubati, ceduti, venduti, vivisezionati,
addestrati a combattere o semplicemente dimenticati in canile. E
per fortuna che sono i nostri migliori amici. (3-Fine)
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