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29 dicembre 2003
L'ESPRESSO
Anche i maiali piangono
Dalle ricerche finanziate dalle società del fast food
agli studi sul campo degli etologi, è dimostrato che tutti gli animali
provano emozioni e hanno capacità di apprendimento
di Jeremy Rifkin*
Mentre la maggior parte delle discussioni sulle grandi tematiche
scientifiche di quest'anno verteva principalmente sulle nuove scoperte
nel campo delle nanotecnologie, sul computer e su domande esoteriche
come l'età del nostro universo, dietro le quinte dei laboratori sparsi
per il mondo si è andata rivelando una storia più pacata: una storia il
cui impatto sulla percezione umana e sulla nostra comprensione del mondo
che ci circonda diventerà probabilmente ancora più forte. E, cosa ancora
più strana, gli sponsor della ricerca sono McDonald's, Burger King, KFC
e altri produttori di fast food.
Pressati dagli attivisti per i diritti degli animali nonché dal
crescente favore dell'opinione pubblica per un trattamento umano degli
animali, queste aziende hanno finanziato tra le altre cose la ricerca
sugli stati emotivi, mentali e comportamentali delle creature simili a
noi.
Quello che stanno scoprendo i ricercatori è sconvolgente. Sembra che
molte di queste creature somiglino a noi molto di più di quanto non si
possa immaginare. Gli animali sentono il dolore e la sofferenza,
conoscono lo stress, l'affetto, l'eccitazione, e persino l'amore.
Alcuni studi della Purdue University negli Usa sul comportamento sociale
dei maiali hanno dimostrato, per esempio, che questi si deprimono
facilmente quando sono isolati o se gli è negato di giocare con gli
altri. La carenza di stimoli mentali e fisici può portare al
peggioramento della salute e ad una crescente incidenza di diverse
malattie.
L'Unione europea si è presa a cuore questi studi mettendo fuori legge i
porcili al chiuso isolanti e ordinando che entro il 2012 vengano
sostituiti da porcili all'aria aperta. In Germania, il governo sta
incoraggiando gli allevatori di maiali a dare ad ogni maiale 20 secondi
al giorno di contatto umano e di dargli anche due o tre giocattoli per
evitare che litighino fra loro.
La ricerca sui maiali rivela solo la superficie di ciò che sta avvenendo
in questo nuovo ed esplosivo campo di ricerca sulle emozioni animali e
le abilità cognitive. I ricercatori sono rimasti colpiti dalla
pubblicazione di un articolo sulla prestigiosa rivista "Science" nella
quale venivano descritte le abilità concettuali dei corvi della Nuova
Caledonia. Gli scienziati della Oxford University hanno dichiarato che
in una serie di esperimenti controllati è stata data a due uccelli,
Betty e Abel, la possibilità di scegliere tra due strumenti, un cavo
dritto e uno uncinato, per sfilare un pezzo di carne da un tubo. Tutti e
due hanno scelto il cavo uncinato. Ma Abel, il maschio dominante, ha
sottratto l'uncino a Betty, lasciandole solo il cavo dritto. Betty,
niente affatto demoralizzata, ha incuneato bruscamente nel cavo il becco
con il quale l'ha poi piegato in modo da creare un uncino come quello
che le era stato rubato. Poi ha sfilato il cibo dal tubo. I ricercatori
hanno ripetuto l'esperimento altre dieci volte dandole solo cavi dritti,
e lei ne ha fatto un uncino per nove volte, dimostrando una sofisticata
abilità nella creazione di strumenti.
Poi, c'è la storia di Alex il pappagallo africano grigio in grado di
svolgere compiti che si pensava fossero di esclusivo dominio degli
esseri umani. Alex può identificare più di 40 oggetti e sette colori e
riunire e separare gli oggetti per categorie. È persino capace di
apprendere concetti astratti come "uguale" o "differente" e di risolvere
problemi in base alle informazioni che gli vengono fornite.
Altrettanto stupefacente è Koko, un gorilla di 150 chili, al quale è
stato insegnato il linguaggio dei segni: ne ha imparati più di mille e
capisce diverse migliaia di parole inglesi. Nei test per misurare il
quoziente d'intelligenza degli umani, Koko raggiunge un punteggio tra 70
e 95, collocandosi nella categoria di coloro che apprendono più
lentamente - ma non in quella dei ritardati.
L'abilità a costruire strumenti e lo sviluppo di linguaggi sofisticati
sono solo due dei tanti attributi che pensavamo appartenessero
esclusivamente alla nostra specie. L'auto-consapevolezza ne è un'altra
ancora. I filosofi e gli studiosi del comportamento animale hanno
discusso a lungo del fatto che gli altri animali non hanno
auto-consapevolezza perché manca loro un senso di individualismo. Ma,
secondo studi recenti, non è così.
Un ricercatore austriaco, Pete Chernika, sostiene che negli esperimenti
"i delfini sembrano superare i test sulla consapevolezza riconoscendosi
negli specchi". Al National Zoo di Washington, gli orangotango a cui
vengono dati degli specchi esplorano le parti del loro corpo che non
riuscirebbero a vedere altrimenti, dimostrando un senso del sé. Chantek,
un orangotango che vive nello zoo di Atlanta, ha dimostrato un senso di
auto-consapevolezza notevole. Ha utilizzato uno specchio per pulirsi i
denti e per aggiustarsi gli occhiali, ha raccontato il suo trainer.
Quando però si arriva al test finale, quello che dovrebbe indicare ciò
che distingue gli esseri umani dalle altre creature, gli scienziati
hanno creduto a lungo che la vera differenza consistesse nel piangere i
morti. Che gli altri animali non hanno il senso della mortalità e non
sono in grado di comprendere il concetto della loro stessa morte. Ma non
è necessariamente così. Sembra che anche gli animali conoscano il
dolore. Spesso gli elefanti vegliano per giorni, in silenzio, i loro
compagni morti, toccando di tanto in tanto i corpi con le loro
proboscidi.
La biologa keniota Joyce Poole, che ha studiato gli elefanti per
venticinque anni, afferma che il comportamento degli elefanti nei
confronti dei loro morti "mi lascia pochi dubbi sul fatto che questi
siano in grado di sentire forti emozioni e di capire in qualche modo la
morte".
Sappiamo anche che virtualmente tutti gli animali giocano, specialmente
quando sono piccoli. Chiunque abbia osservato i modi buffi dei
cagnolini, gatti, cuccioli di orso e simili, non può fare a meno di
notare la somiglianza che esiste tra il loro modo di giocare e quello
dei nostri figli. Alcuni recenti studi sulla chimica del cervello dei
topi hanno dimostrato che, quando questi giocano, il loro cervello
rilascia una grande quantità di dopamina, un neuro-chimico associato al
piacere e all'eccitazione negli esseri umani.
Concentrandosi sulle incredibili similitudini nell'anatomia e nella
chimica del cervello degli umani e degli altri animali, Steven Siviy,
uno scienziato del comportamento al Gettysburg College in Pennsylvania,
pone una domanda che si sta sviluppando anche nelle menti degli altri
ricercatori. "Se credete all'evoluzione attraverso la selezione
naturale, come potete credere che i sentimenti siano apparsi con gli
esseri umani, di colpo, dal nulla?".
Le nuove scoperte dei ricercatori sono però una voce isolata rispetto
alla concezione sposata dalla scienza ortodossa. Ricordate che è stato
René Descartes, il grande scienziato e filosofo dell'Illuminismo, a
descrivere gli animali come "automi senz'anima", i cui movimenti si
distinguevano appena da quelli dei pupazzi meccanici che ballavano
intorno all'orologio di Strasburgo.
Fino a tempi molto recenti, gli scienziati sostenevano ancora che il
comportamento della maggior parte delle creature era dovuto
semplicemente al mero istinto e che quello che poteva sembrare
comportamento appreso altro non era che un'attività geneticamente
trasmessa. Ora sappiamo che le anatre devono insegnare i percorsi
migratori ai loro anatroccoli. Stiamo, infatti, imparando che
l'apprendimento viene quasi sempre tramandato dal genitore ai figli e
che la maggior parte degli animali si imbattono in diversi tipi di
esperienze apprese, assimilate dagli esperimenti continui e dal tentare
di risolvere problemi attraverso errori e riprove.
Perciò cosa ci dice tutto questo rispetto al modo in cui trattiamo le
creature simili a noi? Che dire delle migliaia di animali che ogni anno
vengono sottoposti a dolorosi esperimenti di laboratorio? O dei milioni
di animali domestici cresciuti nelle condizioni più disumane e destinati
al macello e al consumo umano? Dovremmo vietare le trappole che bloccano
le zampe e scoraggiare l'acquisto e la vendita di pellicce? E l'uccidere
gli animali nello sport?
La caccia alla volpe nelle campagne inglesi, la corrida in Spagna, le
battaglie tra galli in Messico? E lo spettacolo? I leoni selvaggi vanno
rinchiusi nelle gabbie degli zoo, e gli elefanti vanno fatti esibire nei
circhi?
Queste domande oggi cominciano ad apparire nelle aule dei tribunali e
nelle legislazioni di tutto il mondo. A Harvard e in altre venticinque
facoltà di giurisprudenza nei soli Stati Uniti, sono stati introdotti
dei corsi sul diritto degli animali e nel sistema processuale sta
facendo capolino un crescente numero di casi riguardanti il diritto
degli animali. Recentemente, la Germania è diventato il primo Paese al
mondo a sancire il diritto degli animali nella propria Costituzione.
La discussione globale sul comportamento, che sta emergendo, sullo
status e sui diritti delle creature simili a noi marca una grande svolta
nello sviluppo della coscienza umana e un nuovo banco di prova per la
misurazione del progresso umano. Nei millenni, gli storici hanno usato
diversi criteri per valutare il progresso umano. In tempi recenti, i
risultati scientifici, la competenza tecnologica, e le conquiste
materiali sono arrivate in cima alla lista degli indicatori della misura
del progresso umano. Anche se meritano attenzione, andrebbe però notato
che ognuna di queste tre categorie non è assente da svantaggi.
Sicuramente, il ventesimo secolo è testimone del fatto che la scienza,
la tecnologia e il commercio possono essere applicati in modi crudeli e
che separano ma che sono anche migliorativi e armoniosi. Tuttavia, c'è
un altro modo per misurare il progresso umano, che viene guardato dagli
storici dall'alto in basso perché è meno quantificabile, e quindi
sospetto.
Penso all'empatia, espressione più preziosa di tutte le altre che è allo
stesso tempo sia un sentimento che un valore. Empatizzare significa
l'attraversare e fare esperienza, nella maniera più profonda,
dell'essere altrui - specialmente la lotta dell'altro per sopravvivere e
prevalere nel viaggio della vita. Mentre l'empatia ha radici biologiche
profonde, ha bisogno anch'essa, come il linguaggio, di essere
continuamente praticata e rinnovata per restare in uso. L'empatia è
l'espressione della comunicazione tra esseri.
Nel lungo corso della storia umana, si è fatto sempre più chiaro che, in
fondo all'anima, il viaggio umano riguarda, l'estensione dell'empatia
verso domini più vasti e inclusivi. L'empatia dei genitori per i figli é
il primo grado. A questo livello, il processo è sia guidato
biologicamente che costruito socialmente. Ogni passo che segue questa
connessione dalle radici biologiche richiede un apprendimento paziente -
non derivante dal controllo e dal dominio ma piuttosto
dall'arrendevolezza e dalla rivelazione. L'empatia è qualcosa che ci si
rivela se siamo aperti verso quel tipo di esperienza. E siamo spesso più
aperti quando abbiamo sopportato travagli e difficoltà personali nei
nostri viaggi individuali per durare e prevalere.
Mentre il soggiornare umano è spesso sporcato da sconfitte, fallimenti e
sofferenze di grande portata, ciò che ci salva è che le difficoltà alle
quali resistiamo, sia individualmente sia collettivamente, possono
prepararci ad essere aperti alle difficoltà altrui, a consolarli e a
sostenere la loro causa.
"Non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te", è l'espressione
operativa del processo di empatia. All'inizio, la regola d'oro era
estesa solo ai consanguinei e alle tribù. Successivamente è stata estesa
alle persone con vedute simili - a coloro che condividevano una
religione, alla nazionalità o all'ideologia. Nel diciottesimo secolo,
nacquero le prime società umanistiche, le quali estendevano il viaggio
empatico alle creature simili a noi.
Carol, mia moglie, una volta mi ha detto qualcosa che non dimenticherò
mai: ogni creatura vivente oggi, ha osservato, è un compagno di viaggio
che è connesso a noi solo per la circostanza di trovarsi qui sulla
Terra, insieme, allo stesso tempo. Abbiamo, perciò, un legame storico.
Ma, ogni creatura ha anche il suo viaggio personale da fare, il proprio
destino da vivere e la propria eredità da tramandare. Fino a che potremo
empatizzeremo con il loro viaggio e apprezzeremo insieme il tempo comune
sulla Terra. Avremo la possibilità di diventare completi e le nostre
vite saranno arricchite.
Gli studi attuali sulle emozioni, le capacità cognitive e il
comportamento degli animali aprono una nuova fase nel viaggio
dell'umanità, permettendoci sia di espandere sia di approfondire la
nostra empatia. Questa volta per includere la vastissima comunità di
creature che vivono al nostro fianco.
*Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends a
Washington, è autore di "Il Secolo Biotech" (Baldini & Castoldi, 1998)
ed "Ecocidio" (Mondadori, 1992)
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