CICERALE DEL CILENTO: L’ORRORE LONTANO DAGLI OCCHI

E’ dal 1980 che il canile Oasi San Leo – Canie Ciceralensis costruito in Contrada San Leo, sulle montagne di Cicerale del Cilento, vicino Agropoli (costruito da Giovanni Cafasso prima ed ora gestito dal figlio Mauro unico responsabile) continua a far mobilitare  le associazioni animaliste di tutta Italia.
Gli animalisti conoscono e denunciano il posto. Isolato sulle montagne, irraggiungibile. Conoscono e denunciano come si comportano le amministrazioni locali.
I cani vengono raccolti nei comuni della Provincia di Salerno e di Avellino quasi sempre da personale non idoneo e non autorizzato (extra comunitari non in regola o persone che in passato sono stato denunciate e processate per maltrattamento di animali). Non sono mai microchippati al momento dell’uscita dal comune di appartenenza, come richiesto dalla legge. Sono registrati con descrizione sommaria, trasportati in un furgone non idoneo e spesso insieme a corpi di cani morti. Portati in una struttura che somiglia ad un girone dell’Inferno dantesco, da dove ne escono solo sotto forma di polvere e cenere dai forni crematori.
I comuni pagano spesso solo un fisso annuale semplicemente per la raccolta dei cani randagi (anche se docili, mansueti ed accuditi da qualche persona generosa) e non effettuano mai controlli sul posto, il che la dice lunga sul fatto che non c'e' alcuna possibilità che i cani vengano accuditi in questo lager.
E' l'orrore degli orrori. Pagato con soldi pubblici. A poche centinaia di chilometri dalla casa di ognuno di noi.
Il volontariato non esiste, le adozioni neanche, l’apertura al pubblico è preclusa, la pratica di aggiornare le schede sanitarie da parte della ASL è solo una utopia scritta su di un testo di legge. I registri di movimentazione (ingressi, uscite in adozione, decessi) e i sistemi di riconoscimento dei cani nei box, se anche esistono, non sono resi pubblici.
Circa duemila animali sono stipati in recinti più o meno grandi, completamente abbandonati a loro stessi, coperti di parassiti, annientati dalle malattie. Lo stesso ingresso in canile è osteggiato da proprietario e dall’unico operaio regolare in servizio. Il cancello della struttura non viene aperto neanche di fronte a proprietari che vengono a reclamare un proprio cane di famiglia catturato per errore. 
Le norme più elementari indicate dalle leggi vengono regolarmente disattese: mancano le aree contumaciali che dovrebbero ospitare gli animali malati, maschi interi sono mischiati nei branchi con femmine non sterilizzate, cuccioli insieme ad esemplari adulti, esemplari dominanti o aggressivi insieme a cani anziani, malati, remissivi.
Da ricordare che a tutela degli animali vaganti esistono la Legge Nazionale 281 del 14 agosto 1991 (Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo), la legge regionale della Regione Campania numero 16 del 24/11/2001 “Tutela degli animali d’affezione e prevenzione del randagismo”, la Circolare numero 5 del Ministero della Sanità del maggio del 2001 di attuazione della citata legge nazionale, e la nuova legge contro il maltrattamento degli animali (Legge n. 189 del 2004).
Già negli anni ’80, un servizio di “Striscia la Notizia” denunciò le gravi irregolarità. E sono anni che dalla Provincia di Salerno prima e poi da tutta Italia, semplici cittadini ed associazioni animaliste locali e nazionali denunciano il caso. Esposti alla autorità giudiziaria, email di informazione, lettere aperte pubblicate sui giornali e sui principali siti Internet animalisti. Unico risultato all’attivismo degli animalisti è l’indifferenza totale, soprattutto da parte delle istituzioni.
Sconosciuti i motivi di tale indifferenza ed insensibilità. Diverse le ipotesi avanzate in questi anni a giustificare l’immobilità pachidermica delle istituzioni sollecitate ad intervenire: dai legami ad organizzazioni malavitose locali, alla presenza di “talpe” nelle sedi istituzionali preposte alla ricezione delle denuncie.
Troppo singolare la facilità con cui si concedono le autorizzazioni. Troppo particolare la benevolenza e la collaborazione di un’unica associazione animalista nazionale che fa da garante e spalleggia la struttura cilentana.
E così le denunce alla Magistratura e le regolari lettere alle autorità preposte ai controlli e alla vigilanza sono rimaste “lettere morte”. Come morti continuano ad essere i cani che per disgrazia cadono nelle reti di questi “commercianti”.
Ora gli animalisti italiani si sono organizzati e da tutta Italia urlano il loro basta a questa infamità. 

Chiedono al Ministero dell’Ambiente e della Salute di aprire una indagine, alla Regione Campania di intervenire sulle ASL per revocare l’autorizzazione sanitaria alla struttura, ai comuni di interrompere le loro convenzioni pubbliche e alla Magistratura di intervenire con gli strumenti di legge.

Basta con i canili lager in tutta Italia. Basta con Cicerale del Cilento.

Enrica Boiocchi Vice presidente GRUPPO BAIRO Onlus    www.bairo.info
Francarita Catelani - Presidente U.N.A. Cremona

Simona Novi - Associazione Mi Fido - Roma
Angela Luongo - AIPA, Atripalda (AV)
Isa Gallo - Movimento U.N.A. - Sala Consilina (SA)
Alfonso Longo - Movimento U.N.A. Pontecagnano (SA)
Nadia Bassano - Coordinamento Animalista Salernitano - Salerno
Giuseppe Alfano - Associazione Zoofila Sanseverinese - Mercato San Severino (SA)
Anna Maria Naddeo - Lega per la Difesa del Cane - Salerno

firme dei sostenitori del messaggio:
 

p.s. articolo in allegato

UN ALTRO GIRONE DELL'INFERNO? IL CANILE DI CICERALE

 

Chi in passato lo ha definito il Dio del Sud ha bestemmiato.
Io ieri l’ho incontrato, vecchio, sporco,claudicante,tante goccioline fetide gli colavano dal volto tumefatto dalla cattiveria, odio, avidità , sete di soldi soldi soldi, pietra miliare della sua perfida esistenza.
LUCIFERO, si era proprio lui, trasferitosi sulla terra dagli abissi infuocati dove il magma fonde ogni elemento da cui potrebbe germogliare vita, amore, pace, rispetto, speranza.
Padrone assoluto di duemila esseri viventi, da Dio creati a sua immagine e somiglianza come tutto ciò che esiste sul pianeta terra, e dal Cafasso incarcerati, denudati, seviziati, costretti a perdere la propria identità di animali, parti integranti dell’universo, compagni fedeli per l’eternità.
Per raggiungere questo girone infernale ho impiegato due ore di viaggio, un tornante dopo l’altro, come sulle montagne russe, mi sono inerpicata sulle colline che a strapiombo cadono sulla costa cilentana, un’ altro mondo, ai confini della realtà, recintata da teloni neri che nascondono l’orrore, ecco l’oasi di ciotola, il rifugio di Cicerale, chilometri quadrati di bosco trasformati in forni crematori d’estate e pozzanghere argillose d’inverno, anche il prato verde ha smesso di esistere, si è consumato ed estinto a causa dello strofinio con la cute di centinaia-migliaia di cani transitati in quell’incubo, non un abbaio ma un boato di latrati proveniva da tutta la collina, una stradina che scendeva tortuosa mi portava all’ingresso del gulag.
Bello l’ingresso, alberato con viottoli piastrellati in pietraviva, qualche gabbia a cubo chiuso, ancora non arrugginita, corredate da microcuccia e 4 – 5 - 6 cani di piccola taglia che saltellavano come grilli, in verticale perché camminare in orizzontale era impresa impossibile. Più avanti un numero imprecisato di box in cemento di pochi metri quadri, chiusi da rete anche sulla parte superiore, contenevano i cani della Legge Sirchia, quelli pericolosi, li’ inscatolati per espiare le colpe dei balordi umani padroni delle loro vite, decine e decine di Kalashnikov pronti ad uccidere, dilaniare, massacrare qualsiasi cosa fosse vicina alle proprie mandibole, l’odore dell’uomo scatenava in quei molossi una reazione chimica capace di innescare un’atomica tanto era l’odio che nutrivano nei confronti di chi li privava anche dell’aria da respirare.
Lo scenario che si allargava nel bosco circostante creava nel mio cuore inaudita sofferenza, per chilometri si estendevano fatiscenti reticolati consumati dalle intemperie e dalle migliaia di denti spezzatisi in quelle maglie di ferro alla ricerca della libertà, si perdevano a vista d’occhio, quadrati irregolari scoscesi in cui uno,due,cinque,dieci,venti,trenta cani, maschi con femmine, alcune gravide, cuccioli con adulti, piccole taglie con cagnoni enormi, scheletrici, sporchi, peli ammassati, sguardi assenti, bava alla bocca, terrore gerarchico negli occhi, abbandonati alla morte in angoli, crepacci o in quel che restava di cucce in cemento affossate nella terra maleodorante, monchi, inebetiti, cani abbandonati dall’uomo ma in questa circostanza anche da Dio.
L’area di calpestio dei recinti aveva, nella sua totalità, una pendenza dell’80%, su di essa i cani si arrampicavano, di un colore inesistente nella sfera ottica umana, sul suolo aleggiava uno strato di polline misto a peli ed escrementi liofilizzatisi, ogni zampata sollevava una nube di polvere fetida.
Dalla terra fuoriuscivano pietre appuntite, tronchi spezzati, tante piccole escrescenze simili a mani che dal sottosuolo con movimenti convulsi tentavano di avvinghiare e catturare quei dannati rinchiusi in un luogo per il quale non sono stati creati ed in cui si dibattevano come le anguille catturate per essere vendute. In questo scenario spettrale un solo operaio, originario dei paesi dell’Est, mezzo svestito, si affaccendava senza far nulla di utile, in un baraccone un Veterinario, presumo, alle prese con bisturi operava in dolce compagnia femminile, mentre, una ragazzina in abiti da lavoro trasportava su di una carriòla, barella etnica, un cane anestetizzato da rimettere nel branco, un Veterinario dell’ASL competente per territorio giustificava l’alto tasso di mortalità nella struttura dovuto a decessi per arresto cardiocircolatorio. Dulcis in fundo in quattro gabbioni da trasporto sei nuovi randagi appena arrivati nell’inferno da chissà quale Comune pronto a pagare la retta giornaliera di 1 euro e 49 centesimi per sempre, visto che dopo la microchippatura e lo smistamento nei recinti nessun padrone andrà mai a controllarli come nessun pazzo salirà mai su quella montagna per prendere in affido un cane, è utopia .
Lo scopo della mia visita era un controllo (insieme a rappresentanti di una Amministrazione Comunale) per accertare l’esistenza in vita di 92 cani di un paese a 150 chilometri circa di distanza dal campo di sterminio, le ultime fatture ne elencavano una quarantina,la prima verifica sommaria ne dava 24 presenti ma il proprietario della struttura non sapeva dove, in quale recinto della montagna, fra gli oltre 2000 cani si trovassero, “era necessaria una ricerca che richiedeva tre o quattro giorni, fissare un appuntamento”, rifare il viaggio e sperare di trovare in loco fisicamente il proprietario, “altrimenti nella galera nessuno vi permetterà di accedere”.
Dopo solo 15 minuti di visita guidata eravamo già fuori al cancello.
Mi capita ogni qualvolta che oltrepasso i cancelli di un lager di non dormire per notti e notti, mi riprometto ogni volta di smetterla di aiutare gli indifesi, imponendomi di vivere come fanno tutti.
Non ci riesco.
L’indifferenza assoluta dell’opinione pubblica è la pena più dolorosa.
“Lontano dagli occhi lontano dal cuore”, è quanto impera incosciamente nel tessuto sociale moderno, questo lo hanno carpito i nuovi imprenditori aguzzini, mentre gli animalisti rincorrono la cagnetta da sterilizzare che gli accalappiacani dell’ASL non riescono a catturare, battibeccano con il cattivo detentore del cane a catena corta, ergono barricate per bloccare furgoni carichi di animali destinati alla vivisezione in Germania, Svizzera ed in chissà quante altre parti del Mondo , si impegolano in questioni di ordinaria quotidianità per strappare all’offesa o alla morte uno, dieci, cento cani o gatti, mentre altri mille, in quello stesso momento esalano l’ultimo respiro dopo giorni, mesi di agonia e stenti in appartati ed isolati lager, regolarmente autorizzati dall’Azienda Sanitaria Locale,mai controllati dagli Organi preposti alla vigilanza ed al rispetto dalla normativa vigente in materia, laddove esiste un Comando o Stazione delle Forze dell’Ordine che alla richiesta d’intervento per un controllo non risponda “tale attività non rientra nelle nostre competenze”.
Sono ogni giorno più convinta che in questi quindici anni dal 1991, anno dell’entrata in vigore della Legge Nazionale sul Randagismo, poco o nulla è stato fatto in termini di concretezza per realmente tutelare gli animali d’affezione e prevenire il fenomeno randagismo in Italia, terra, le cui comunità stentano a recepire sia pubblicamente che privatamente il significato del termine “benessere animale”, dove buona parte della popolazione resta poco incline alla solidarietà e sensibilità verso gli animali da compagnia, dimostrando intolleranza nei confronti degli animali abbandonati, operando arbitraria giustizia sugli stessi sterminandoli nei modi più raccapriccianti.
I miei occhi sono stati scelti dagli amici animalisti dell’UNA di Pontecagnano per visitare con raziocinio, serietà, competenza ed esperienza un rifugio ritenuto ineccepibile da molti Dottori e Sapientoni, fasulli tutori del benessere animale, il mio modo di vedere, sentire, recepire immagini e sensazioni non mi accomuna a coloro che per prestigio e convenienza girano lo sguardo ed incassano la ricompensa.
Perciò vi chiedo, in nome e per conto di quelle anime dannate, GIUSTIZIA.

Angela Luongo, Presidente AIPA, Guardia Zoofila Regionale


 
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