Gazzetta di Reggio
Domenica 24 Novembre 2002

Vivisezione, nuova legge

[...] VIVISEZIONE. Promettendo una nuova legge per la protezione animali, cosa intende il ministro? Non entra nel dettaglio, ma certo non pensa a norme simili a quella approvata dalla Regione Emilia-Romagna che, del resto, il governo Berlusconi ha impugnato di fronte alla Corte costituzionale.

Dunque, cosa pensa della sperimentazione su animali il medico e ministro Girolamo Sirchia? Secondo il ministro della Salute la sperimentazione "è una parte essenziale che non possiamo sacrificare, perchè in caso contrario dovremmo andare a sperimentare i farmaci direttamente sull'uomo e credo che questo nessuno lo voglia. Ma la sperimentazione - aggiunge Sirchia - deve essere rispettosa dell'animale, cioè non farlo soffrire, non creare condizioni di crudeltà. Questo sì". Ed è di questo che il governo si occuperà: "Stiamo preparando un provvedimento per la protezione degli animali, insieme alle Associazioni".
 

Risposta del Dr. Biol. David Fiacchini
inviata a: redazione.re@gazzettadireggio.it
 

Gent.ma Redazione,
ho letto con interesse le dichiarazioni rilasciate dal Ministro Sirchia sul caso del furto di cani avvenuto presso l'allevamento Morini. Come biologo, però, sono rimasto sconcertato dall'affermazione del Ministro sulla sperimentazione animale: " ... è una parte essenziale che non possiamo sacrificare, perchè in caso contrario dovremmo andare a sperimentare i farmaci direttamente sull'uomo ...".

Sono oramai decenni che parecchi ricercatori nel campo delle scienze biomediche affermano quanto sia antiscientifico il metodo della sperimentazione animale (differenze fisiologiche, distanza evolutiva, ecc.). Lo stesso esperimento condotto sulla stessa cavia può dare risultati diversi semplicemente variando il contesto ambientale. Ma c'è di più: è stato verificato che anche sperimentare direttamente sull'uomo, al di la delle implicazioni etiche, non offre vantaggi nè sicurezze, perchè ogni persona è "unica" e "diversa" e reagisce alla somministrazione di un farmaco sulla base del suo stato di salute, del contesto ambientale, della suo sistema immunitario.

Ci sono ben altre strade da seguire, lontane dal "sensazionalismo" di una ipotetica scoperta-scoop e dagli interessi di chi finanzia le ricerche (case farmaceutiche in primis). Strade forse più lunghe (sperimentazione in vitro, colture cellulari, osservazione clinica, terapia genica) ma certamente più sicure per l'uomo ... e per gli animali, vittime innocenti della stupidità umana.

Ringraziando per l'attenzione e lo spazio concessomi, colgo l'occasione per porgere distinti saluti.
Dr. Biol. David Fiacchini
Ostra Vetere (AN)
 

Risposta della dott.ssa Annalisa Zabonati
inviata a: redazione.re@gazzettadireggio.it
 

Sul Vs. giornale ieri, 24-11, è apparso un articolo dal titolo "Basta estremismi: facciamo una legge". Il ministro Sirchia dopo il furto di cani alla Morini annuncia norme per "non far soffrire gli animali".

In tale articolo il ministro della Salute afferma che sarà creata una legge per proteggere gli animali. Ma ciò nonostante il governo ha impugnato la legge regionale che mette al bando l'allevamento di cani e gatti destinati alla vivisezione.

La parte saliente è quella relativa al pensiero del ministro sulla sperimentazione su animali, che afferma che è una parte essenziale che non si può sacrificare, perchè in caso contrario si dovrebbe sperimentare i farmaci direttamente sull'uomo, ma la sperimentazione deve essere rispettosa dell'animale, cioè non farlo soffrire, non creare condizioni di crudeltà.

Proprio su queste dichiarazioni intendo puntualizzare alcune considerazioni. Innanzitutto la sperimentazione animale, o vivisezione, è una pratica usata nei laboratori di tutto il mondo per legge che però non garantisce affatto nè da errori (cfr. una serie di malaugurate immissioni sul mercato di farmaci poi risultati nocivi per l'essere umano, come il talidomide, metoxyflurano, nomifensine, zelmid, flosint,e così via), nè dalla successiva obbligatoria sperimentazione su umani, che avviene quindi sempre e comunque.

Inoltre questi animali sono in realtà modelli molto inaffidabili in quanto: ogni specie è unica (quindi i dati non sono estrapolabili tra specie), sono confinati in ambienti innaturali e sottoposti a lunghe serie di stress e situazioni dolorose (le malattie solitamente sono di natura spontanea non indotta), si osserva la reazione alle sostanze usate per lo studio di malattie indotte (molto spesso queste stesse malattie non si riscontrano negli animali in libertà).

Ma ancora di più esistono numerosi test realmente scientifici che possono portare a considerare adeguati i farmaci quali: ricerca clinica, epidemiologia, studio diretto dei pazienti, autopsie e biopsie, colture in vitro, simulazioni al computer, etc..

Un ulteriore aspetto sin troppo spesso sottovalutato è quello dell'atteggiamento dei vivisettori. Purtroppo da vari studi (cfr. Psyeta, Psychologists for the Ethical Treatment of Animals) risulta che la considerazione per il dolore animale, teoricamente riconosciuto, rimane tuttavia un'astrazione. Raramente i ricercatori riconoscono la sofferenza nei loro laboratori. La loro visione degli animali in laboratorio è relativa ai dati statistici e non alle individualità e sofferenze degli stessi.

Spesso le risposte su questo punto sono del tipo: "Si può concordare sulla loro capacità di vivere il dolore e la sofferenza, ma per noi è ininfluente." Nei rapporti definiti scientifici peraltro si tende ad omettere dettagli riguardanti proprio lo status degli animali usati e di minimizzare ciò che accade loro, ma ciò che è più peculiare è la giustificazione delle loro sofferenze a supporto di vittime immolate per il bene, creando perciò disinformazione e cattiva conoscenza della realtà dei laboratori e delle condizioni degli animali.

In sostanza pensare a leggi che allevino le sofferenze degli animali nei laboratori è una inutilità. Nei laboratori soffrono e la loro sofferenza è inutile.

Per superare perciò queste posizioni vivisettorie, si dovrebbe procedere a far conoscere all'ampio pubblico la reale portata di questa pratica ascientifica in termini etici e di salute e benessere, partendo dal presupposto che la salute e il benessere sono caratteristiche strettamente connesse con le condizioni di vita e non con il numero dei farmaci presenti sul mercato.

Saluti
Annalisa Zabonati
 

 
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